Uganda: il 40% dei bambini lavora invece che studiare
Una piaga che minaccia il futuro di 6,2 milioni di minori
In Uganda il lavoro minorile non è un'emergenza marginale, ma una crisi strutturale che colpisce il 40% dei bambini del paese, equivalente a circa 6,2 milioni di minori tra i 5 e i 17 anni. Il dato, confermato dal National Labour Survey dell'UBOS (Uganda Bureau of Statistics) del 2021 e ribadito nell'agosto 2025 dal Ministero del Lavoro, rappresenta uno dei tassi più alti in Africa subsahariana.
Dati che preoccupano
La situazione è particolarmente grave per l'età dei bambini coinvolti: 58% dei minori lavoratori ha tra 5 e 11 anni, secondo l'Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL). Tra i bambini che lavorano, 50,4% sono bambini e 49,6% bambine, dati che escludono però i minori impegnati in lavori domestici.
"Nonostante questi numeri già molto elevati, l'Uganda deve affrontare un ulteriore problema", dichiarava un anno fa Aggrey Kibenge, segretario permanente nel Ministero delle Politiche di Genere, del Lavoro e dello Sviluppo Sociale (MGLSD), durante la 10ª riunione del National Steering Committee on Child Labour. "Tutte le pianificazioni nazionali e gli interventi dipendono ancora dalle stime del 2021. Questa mancanza di dati nazionali aggiornati e solidi rischia di sottovalutare la scala e i modelli in cambiamento del lavoro minorile".
Settori di sfruttamento
L'agricoltura è il settore dominante, assorbendo il 70% del lavoro minorile: canna da zucchero, riso, tè, caffè e tabacco sono le coltivazioni principali.
Oltre all'agricoltura, il lavoro minorile interessa anche il settore estrattivo (oro, sabbia e pietra), l'edilizia, il lavoro domestico (particolarmente difficile da tracciare), la pesca e l'allevamento. Nei casi più gravi sfocia nello sfruttamento sessuale commerciale e nella tratta di minori.
Circa 3.000 bambini all'anno sono vittime di traffico di minori e finiscono prede delle peggiori forme di sfruttamento, secondo dati del 2026.
Le cause principali
Kibenge e gli esperti identificano quattro cause strutturali:
Povertà: in regioni rurali come il Karamoja e l'Acholiland, oltre l’80% della popolazione vive sotto la soglia di povertà
Abbandono scolastico: 2 bambini su 10 non frequentano la scuola; 28% delle ragazze nelle zone rurali abbandona
Vulnerabilità sanitaria: 1,4 milioni di persone vivono con HIV in Uganda; impatto elevato di Ebola e COVID
Scarsa protezione sociale: 51% dei bambini sono vulnerabili, 8% criticamente vulnerabili
"La povertà, indubbiamente, è uno dei fattori principali. Questa, tuttavia, è accompagnata da vulnerabilità sanitaria, scarsa protezione sociale e poche opportunità di lavoro soddisfacente per gli adulti – che difficilmente riescono a sostentare un'intera famiglia", spiega l'OIL.
Una scuola pubblica durante le attività didattiche – Karamoja, 2026
Il quadro normativo
Nonostante la legge stabilisca 16 anni come età minima per lavorare (e 18 anni per mestieri più impegnativi), il sistema di protezione è inadeguato:
la Legge sulla Protezione del Bambino del 2016, la cui applicazione resta insufficiente;
il Piano d'Azione Nazionale 2020/21-2024/25, che puntava a ridurre il lavoro minorile del 4% entro il 2025, riabilitare 100.000 bambini e formare 200.000 persone;
la cronica mancanza di fondi per le ispezioni sul lavoro.
Nel 2024, il Dipartimento del Lavoro USA ha classificato l'Uganda come paese che ha fatto solo "minimi progressi" nell'eliminazione delle forme più gravi di lavoro minorile.
Contesto globale
L'Uganda non è un caso isolato. Nel 2024, secondo ILO-UNICEF:
138 milioni di bambini nel mondo sono coinvolti nel lavoro minorile;
54 milioni svolgono lavori pericolosi;
nell'Africa subsahariana sono coinvolti 87 milioni di bambini, la regione con la maggiore incidenza;
un bambino su quattro è vittima di lavoro minorile.
La sfida
Contrastare il lavoro minorile non significa soltanto impedire che un bambino lavori oggi: significa creare le condizioni perché possa continuare a studiare e costruire il proprio futuro. Per questo gli interventi più efficaci non si limitano al controllo o alla repressione, ma investono nell'educazione, nella salute e nel sostegno alle famiglie.
Garantire un percorso scolastico di qualità, ridurre l'assenteismo e l'abbandono, offrire servizi di prevenzione e cura della salute e accompagnare le famiglie più vulnerabili significa affrontare alcune delle cause profonde che spingono milioni di bambini verso il lavoro precoce.
È in questa direzione che opera Jackfruit. Attraverso il sostegno all'istruzione e allo sviluppo delle comunità locali, l'obiettivo è offrire ai bambini un'alternativa concreta al lavoro minorile: la possibilità di restare a scuola, crescere in un ambiente protetto e sviluppare le competenze necessarie per costruire un futuro diverso.
Il lavoro minorile è infatti prima di tutto una conseguenza della povertà e della mancanza di opportunità. Ogni bambino che riesce a rimanere sui banchi di scuola rappresenta un passo avanti non solo per il proprio futuro, ma anche per lo sviluppo della sua comunità e dell'intero Paese.